IL CAFFÈ
parte 1 

Nella vita di ogni giorno vi sono una quantità di atti, quali fumare una sigaretta, bere un caffè, un aperitivo o un liquore, che sono largamente diffusi e che, per non avere un fine logico vero e proprio, sono considerati vizi: e ciò è vero in quanto, qualora in questa pratica si esageri, ne possono derivare dei danni alla salute. La funzione d

i questi atti ha una base sicuramente psicologica potendo rimuovere stati di ansia o di tensione psichica più o meno evidenti: si tratta in sostanza di “cerimoniali” che hanno uno scopo ben preciso e spesso molto utile ai fini sociali in quanto hanno la capacità di rendere apparentemente più facili i rapporti umani. Tutti noi possiamo trovarci in una condizione di imbarazzo in presenza di determinate persone o in particolari situazioni e, per rimuovere questo stato di tensione emotiva, accendiamo una sigaretta per darci un contegno, oppure invitiamo l’interlocutore a bere un caffè od un aperitivo col fine di sentirci più a nostro agio. Tutti questi “piccoli vizi” hanno dunque un lato utile che non può essere trascurato, e molto spesso si presentano come delle necessità che escono dall’orbita del ragionamento logico e che sono largamente ammesse e riconosciute dalla nostra società. In questi ultimi anni si è cercato in ogni modo di ridurre i lati dannosi del vizio e soprattutto quello attinente alla salute. E’ questa un’azione di estrema utilità perché, abolito l’effetto dannoso alla salute, il vizio non è più vizio: sono così comparse le sigarette a basso contenuto di nicotina, si è diffuso l’uso del caffè decaffeinato. E’ a tutti noto il danno indotto al nostro organismo da dosi eccessive di alcool o di nicotina: in modo particolare l’abuso di alcool risulta estremamente deleterio per la nostra salute, non solo per i danni che provoca al fegato e al pancreas, ma anche per le alterazioni che vengono indotte da questa sostanza sul sistema nervoso centrale e periferico. Gli effetti indotti dalla caffeina sul nostro organismo sono enormemente inferiori rispetto a quelli provocati dalla nicotina e dall’alcool, e vanno valutati in rapporto alla dose assunta e alla sensibilità, che varia da soggetto a soggetto, del singolo individuo. E’ quindi inesatto parlare di effetti velenosi della caffeina, nella quantità che si assume abitualmente con le tazzine di caffè: tali effetti sono principalmente di tipo farmacologico, e possono comunque provocare danni alla salute quando se ne assumono dosi smodate. A differenza del tabacco, il cui uso è posteriore alla scoperta dell’America, le origini dell’uso del caffè si perdono nella preistoria: la pianta del caffè è originaria dell’Etiopia e gli Arabi, gli Egiziani e i Romani la usavano già alcuni secoli prima di Cristo. Ma l’uso del caffè in infuso è relativamente recente, ed il primo Caffè che si aprì in Europa fu a Venezia nel 1615. L’azione farmacologica del caffè è dovuta all’effetto di un gruppo di sostanze chimiche denominate alcaloidi tra cui le più note sono la caffeina e, in proporzioni minori, altre due sostanze molto simili, la teofillina e la teobromina. Queste, se somministrate in notevole quantità, possono stimolare il sistema nervoso centrale, provocando disturbi su vari organi:
1) Sul cuore la caffeina induce un aumento della frequenza cardiaca che può accompagnarsi anche ad un lieve aumento della pressione arteriosa.
2) Sullo stomaco la caffeina stimola la secrezione del succo gastrico con un conseguente aumento dell’acidità ed è per questo motivo che il caffè viene eliminato dalle diete dei portatori di malattie gastroduodenali.
3) Sul centro respiratorio la caffeina aumenta la frequenza (tachipnea) e questo effetto veniva una volta sfruttato per rimuovere certi stati di respirazione difficoltosa (dispnea) dovuta ad alcune malattie polmonari.
4) Sul sistema nervoso centrale la caffeina può provocare disturbi del sonno, tremore, irrequietezza.
Questi quadri non devono però spaventare i normali bevitori di caffè poiché in una tazzina, che equivale a circa 40 millilitri, la dose di caffeina è relativamente bassa, variando da 70 a 95 milligrammi (a seconda che si tratti di caffè solubile o espresso). Per dare i sintomi quali tachicardia, insonnia, tremore, iperpnea la caffeina deve passare la barriera emato-encefalica, cioè entrare nei vasi cerebrali. Per fare questo la concentrazione di caffeina nel sangue deve essere di circa 400 mg, che corrispondono a circa 5-6 caffè bevuti nello stesso momento. Negli adulti sani l’emivita della caffeina (tempo di dimezzamento della concentrazione nel sangue) va da 2,5 a 4,5 ore, con ampie variazioni da persona a persona tanto più che il nostro organismo si assuefa all’uso della caffeina ed i bevitori inveterati sopportano dosi notevolmente più elevate rispetto agli individui che non ne bevono ordinariamente. Si pensi che prima della seconda guerra mondiale si usava iniettare circa 2 grammi di caffeina per via endovenosa per curare persone affette da problemi polmonari quali bronchite cronica, asma, dispnea ecc.

CONTINUA… 

Roberto Margaria
Cardiologo e dietologo, Milano